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INCHIESTA EURO / L'EUROZONA VA PEGGIO DEL RESTO DELLA UE (SENZA EURO) E VA PEGGIO DI USA, COREA DEL SUD, INDIA E RUSSIA

venerdì 9 febbraio 2018

I media di regime in questi giorni stromabazzano i “prodigiosi” risultati della crescita del PIL italiano e delle nazioni della zona euro. Dati, secondo loro, splendidi, tali da far guardare al futuro della moneta unica con grandissimo ottimismo  e soprattutto da considerare le nazioni che lo adottano come un “faro di civiltà, crescita e benessere” in un oceano di disperazione.

Sarà davvero così? Diamo un’occhiatina ai dati di crescita del PIL del 2017 tra alcune nazioni con e senza euro

NAZIONI SENZA EURO                                         NAZIONI CON EURO

Romania +8,8%                                                      Media Area Euro +2,2%

Polonia +3,9%                                                   Italia +1,5%

USA +3%                                                                Germania +2,45%

Ungheria +3,2%                                                      Francia +2,1%

Corea del Sud +3,6%                                              Belgio +1,7%

Anche la Russia, secondo le previsioni - sempre azzeccate - di Goldman Sachs fa meglio dell'eurozona, nel 2018, con una stima di crescita del Pil del 3,3% nonostante le sanzioni ancora in atto.

Come possiamo notare, il quadro è impietoso, sia verso paesi del continente europeo e facenti parte della Ue, ma senza euro, che nazioni extra Ue. Andiamo da un differenziale a favore delle nazioni senza euro di maggior crescita del 50% fino a 4 volte tanto (Romania versus media zona euro).

Quindi, NON è vero che la zona euro stia crescendo in maniera “robusta” come dichiarato dai mezzi d’informazione di regime, e da Draghi, tutt’altro: continua a perdere terreno rispetto alle nazioni che non adottano la moneta unica, e non potrebbe essere diversamente. 

L’euro è intrinsecamente sbagliato in quanto raggruppa economie fortemente diverse tra loro, “ingabbiate” in un rapporto di cambi fissi e quindi incapaci di poter adeguare il valore della moneta al potenziale della propria economia. Il risultato è che l’euro avvantaggia la Germania (l’euro è svalutato rispetto al potenziale del marco “intrinseco”) e penalizza la maggioranza degli altri paesi, in quanto sopravvalutato rispetto alle monete nazionali.

Tuttavia, in un sistema del genere, anche la Germania viene penalizzata nel suo complesso, perché a causa dell’austerità imposta alle altre nazioni europee, si vede mercati potenziali “decurtati” e poiché tutta la sua economia è basata sulle esportazioni e sul taglio dei consumi interni, alla fine, “krande cermania” si sta tagliano il ramo su cui sta seduta. E non è un caso che tutta l’elite tedesca veda come il fumo negli occhi Trump, il quale vuole incentivare i consumi di beni statunitensi anziché quelli importati dall’estero, in primis da Germania e Cina.

L’euro, quindi, come un cancro, sta consumando dall’interno l’intera struttura economica che lo adotta, ed ormai, la maggior parte degli economisti ritiene che sia solo questione di tempo prima che imploda. 

Il punto nodale è questo: vogliamo aspettare e subire gli eventi, o prevenire il disastro, programmano l’uscita per tempo dal rapporto di cambi fissi denominato euro? Ricordiamoci, infatti, che quella che viene spacciata per moneta unica, è solamente un rapporto di cambi fissi tra valute diverse: una versione più rigida del vecchio SME. E che non sia una moneta unica lo dimostra anche il fatto che non esiste un debito pubblico unico europeo. Ed i rapporti di cambio fissi tra valute, sono sempre, ripeto sempre, stati disastrosi in economica. Basti ricordare a quando l’Argentina decise di ancorare il suo pesos ad un rapporto di cambio fisso con il dollaro americano.

La storia dovrebbe essere maestra di vita ed insegnare a non ripetere gli stessi errori del passato. Con l’euro l’errore l’abbiamo compiuto, ma cerchiamo almeno di porvi rimedio. 

La soluzione è a portata di mano, basta votare in modo razionale il prossimo 4 marzo; basta scegliere chi tra i candidati ha deciso di schierare gli economisti che per primi, in una valle di silenzio assordante, denunciarono il disastro dell’euro e le sue conseguenze.

Luca Campolongo

Fonti

www.istat.it

www.it.tradingeconomics.com


 


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