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INCHIESTA-BOMBA DELLA PROCURA DI MILANO: ALTO FUNZIONARIO DEL MINISTERO DELL'ECONOMIA HA VENDUTO SEGRETI A ERNST & YOUNG

mercoledì 22 novembre 2017

MILANO - La notizia di questa inchiesta di corruzione letteralmente "esplosiva" che potrebbe arrivare a coinvolgere tutti i governi italiani dal 2012 ad oggi, apre il Corriere della Sera in edicola e promette di avere sviluppi ancor più clamorosi.

I fatti accertati dai magistrati della Procura della Repubblica di Milano, su imput dell'allora procuratore Robledo, sono gravissimi: dal 2013 a gennaio 2015 i contenuti riservati e coperti da segreto delle discussioni sulle delicatisime normative fiscali in seno al governo e al Consiglio dei ministri sono state, in cambio di un compenso di almeno 220.000 euro, rivelati "in diretta" al colosso della consulenza legale tributaria Ernst & Young da una ex professionista di questa società improvvidamente fatta entrare a fine 2012 dal governo Monti e presumibilmente da Mario Monti in persona, dato che era anche ministro dell'Economia ad interim, nella segreteria tecnica del sottosegretario all'Economia Vieri Ceriani, e poi divenuta consigliere in materia fiscale sia nel governo Letta del ministro dell'Economia Fabrizio Saccomanni, sia nel governo Renzi dell'attuale ministro Pier Carlo Padoan, per di più venendo nel giugno 2015 nominata tra i 5 consiglieri di amministrazione di Equitalia spa.

E' un'inchiesta sulla quale sta ilavorando alacremente la procura di Milano, secondo quanto riporta il "Corriere della Sera". Sulla scorta di mail sequestrate e di telefonate intercettate - spiega il quotidiano milanese - a conclusione degli accertamenti i pm milanesi Paolo Filippini e Giovanni Polizzi, titolari delle indagini, ritengono quindi di accusare il ramo italiano di Ernst & Young  come societa', e il suo senior partner e rappresentante italiano Marco Ragusa, di "corruzione" della consigliere ministeriale Susanna Masi, alla quale contestano anche l'ipotesi di "rivelazione di segreto d'ufficio" e il reato di "false attestazioni sulle qualita' personali" per non aver dichiarato il proprio conflitto di interessi, cosa ovviamente grottesca, visto che Susanna Masi proveniva proprio da Ernst & Young e quindi è impensabile che la società non sapesse nulla di lei, indipendentemente dal fatto che la medesima l'avesse o meno detto.

Ma questa inchiesta getta un'ombra sinistra che arriva fino a Matteo Renzi e al suo ministro Lotti. Infatti, rileggere oggi alla luce di questa inchiesta il seguente articolo del Fatto Quotidiano pubblicato il 26 giugno 2017, mette i brividi:

"Il bando della Consip per i servizi di advisory strategico e consulenza legale, messi a gara nel marzo 2016, ha violato “i limiti di concorrenza, ragionevolezza e proporzionalità”. Lo ha stabilito il Consiglio di Stato secondo cui la centrale acquisti della pubblica amministrazione ha fissato requisiti economici di ingresso così elevati da restringere “la platea dei concorrenti a un numero limitatissimo” con “effetto di sbarramento del mercato”. E ha accorpato in un “macrolotto di ben 23 milioni di euro” servizi che avrebbero dovuto essere frazionati. Consip è stata condannata anche al pagamento delle spese legali. A difenderla in giudizio era Alberto Bianchi, il presidente della Fondazione Open, cassaforte di Matteo Renzi. Le consulenze a lui affidate dalla società pubblica, per un valore di 290mila euro dal 2012 a oggi, sono già finite nel mirino della Corte dei Conti. La causa contro Consip, già al centro come è noto di un’inchiesta che vede indagato anche il ministro Luca Lotti e il cui cda è dimissionario, è nata dal ricorso di un avvocato specializzato in diritto civile e dei contratti pubblici, Filippo Calcioli, che ha impugnato il bando. Al Tar del Lazio non l’ha spuntata: i giudici di primo grado hanno ritenuto che non avesse titolo per fare ricorso perché non aveva partecipato alla gara. Il Consiglio di Stato invece non ha ritenuto valida questa motivazione e, anzi, ha stabilito che il bando stesso “genera una lesione” per chi vorrebbe partecipare alla gara “ma non può farlo a causa della barriere all’ingresso. E gli ha dato ragione. La sentenza, spiega il suo legale Gianluigi Pellegrino,, ha l’effetto di annullare il maxi-bando ed “è una decisa bocciatura dell’operato di Consip riguardo al rispetto della concorrenza”.  Il bando richiedeva un fatturato globale non inferiore a 20 milioni di euro, un fatturato specifico in ambito procurement non sotto i 3 milioni e un fatturato per servizi legali nel diritto amministrativo non inferiore ai 2 milioni di euro. Un livello “patentemente eccessivo“, sottolineano i giudici. Non a caso hanno risposto al bando “solo tre raggruppamenti concorrenti, cui partecipano ditte preminenti – anche per associazioni e integrazioni a livelli mondiali – nei settori delle valutazioni contabili, della fiscalità, delle transazioni commerciali, della consulenza gestionale strategica”. Non solo. Le prestazioni messe a gara riguardano “attività professionali e imprenditoriali contenutisticamente diverse fra loro, eterogenee e reciprocamente autonome”. Consip, anziché dividere il bando in più lotti in funzione delle diverse tipologie, ha accorpato tutto in una gara unica da 23 milioni di euro “in danno dei principi della concorrenza”. A vincere era stato il raggruppamento costituito da Ernst&Young, Value Partners Management Consulting e P&I Studio Guccioni e associati".

Questa inchiesta è destinata a sviluppi davvero clamorosi.

 

Redazione Milano



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