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L'ANALISI DI LUCA CAMPOLONGO / A RENZI ANDREBBE IL NOBEL PER L'ECONOMIA: HA DIMOSTRATO L'ESATTEZZA DELLA CURVA DI LAFFER

mercoledì 17 dicembre 2014

“L’Accademia di Oslo è lieta di annunciare i nomi dei premi nobel per l’economia 2016: Mario Monti, Enrico Letta e soprattutto Matteo Renzi, per aver contribuito con le loro politiche economiche a dimostrare la fondatezza della curva di Laffer”

Fantascienza? Sì, perché per quanto decaduto come prestigio, il premio Nobel è ancora una cosa seria, per cui difficilmente gli ultimi tre presidenti del consiglio italiano potranno ambire a tale riconoscimento.

Tuttavia, al di là della battuta iniziale, è indubbio che la loro azione di politica economica abbia dimostrato senza alcuna ombra di dubbio che la teoria sviluppata da Arthur Laffer, sia assolutamente corretta. Ricordiamo, in sintesi, che la cosiddetta “curva di Laffer” indica il fatto che alzare la pressione fiscale oltre un certo livello, provoca l’effetto opposto a quello desiderato, ovvero un calo del gettito fiscale e l’innesco di una spirale recessiva.

Prendiamo gli ultimi 3 anni di andamento del PIL e di entrate fiscali, soffermandoci in particolare sulle imposte dirette, ovvero 2012, 2013 e 2014 (fino a settembre).

Ricordiamo che Monti, Letta e Renzi hanno fatto una sventagliata di aumenti della pressione fiscale come raramente è capitato di vedere in qualsiasi paese occidentale dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Non parliamo, ovviamente solo delle aliquote irpef, ma delle imposte sulla casa, dell’aumento delle accise, dell’IVA e del taglio delle detrazioni e deduzioni fiscali (che consistono, de facto, in un aumento della pressione fiscale anch’esse)

Bene, qual’è stato il risultato di queste azioni che, nella mente di chi le ha partorite, avrebbe dovuto portare al risanamento dei conti?

Eccolo, in sintesi:

PIL 2012: -2,4%, pressione fiscale salita al 44%, gettito irpef +1,1% (ricordiamo però che le imposte si calcolano sul reddito dell’anno precedente), ires + 1,9%

PIL 2013: -1,9%, pressione fiscale al 44,5%, gettito irpef -1,1%, gettito ires +9,3% (qui c’è un trucco: l’aumento è dovuto al fatto che il secondo acconto venne portato dal 100% al 102,5% e addirittura al 130% per gli enti creditizi e finanziari. Senza questo escamotage sarebbe stato negativo anche il saldo ires)

PIL 2014: -0,9% (stimato), pressione fiscale 44%, gettito irpef -0,2%, gettito ires - 17,4%

Appare quindi chiaro che il gettito fiscale, al di là di qualche trucchetto da giocoliere più che da economista come quello dell’aumento del secondo acconto ires portato al 102,5%, sia in flessione nonostante tutti gli aumenti messi in atto dai governi.

Quello che deve far riflettere è il crollo dell’ires, l’imposta sul reddito delle società: esso è dovuto al fatto che per arginare la contrazione dei consumi legata all’aumento della pressione fiscale, le aziende stanno riducendo i margini di guadagno sui prodotti pur di riuscire a collocarli. Questo, tuttavia, comporta la necessità di riorganizzazioni, tagli dei costi e quindi del personale, che producono un aumento della disoccupazione con conseguente ulteriore calo dei consumi e del relativo fatturato nonché guadagno per le aziende.

Da segnalare che nonostante questo disperato tentativo, le piccole e medie realtà stanno chiudendo: chi può appende gli attrezzi al chiodo e chiude l’attività, stufo di ricevere solo bastonate sulla schiena da uno stato ingordo ed incapace di porre un freno serio ai suoi sprechi.

La riprova? Le entrate contributive dell’INAIL sono calate nel 2014 del 13,1% rispetto allo scorso anno. Questo significa un’autentica moria di lavoratori e quindi di attività, che avrà naturalmente ripercussioni sulle entrate tributarie del 2015.

Che dire di fronte a questi numeri? Appare evidente come l’aumento folle della pressione fiscale in Italia abbia sfiancato un paese che è sempre stato rinomato per la voglia di intraprendere e di “fare”. D’altra parte è ovvio: se la maggior parte del reddito frutto del mio lavoro viene prelevata da uno stato che in cambio mi offre servizi inefficienti e scadenti, scandali a ripetizione, ruberie di ogni genere, perché dovrei impegnarmi a fare di più? Semmai cercherò di lavorare il minimo indispensabile per sopravvivere e, se sono nelle condizioni di potermelo permettere, anche di chiudere tutto quanto e mandare il fisco a quel paese.

Non occorre un genio od una laurea specialistica in scienza delle finanze per capire che quando un limone è troppo spremuto, non dà più nulla: sarebbe sufficiente la casalinga di Voghera per spiegarlo.

In fondo, la colpa di Laffer è proprio questa, quella di aver dato una spiegazione troppo semplice e quindi inadatta a far riempire la bocca di termini esotici ai cattedratici universitari.

Ma l’illustre economista americano può sorridere compiaciuto: per quanto snobbato dai teorici, c’hanno pensato i “pratici” ultimi tre premier (tutti non eletti) italiani a dimostrare sul campo la validità delle sue idee.

E visto che Laffer ha ragione, forse sarebbe il caso di nominarlo primo ministro. Tra tanti primi ministri non eletti, almeno sarebbe uno competente e capace di risollevare le sorti dell’Italico stivale.

Laffer premier, sarebbe anche orecchiabile, oltre che auspicabile.

Fonte dati: MEF e ISTAT

Luca Campolongo

consulenza@sosimprese.info

www.sosimprese.info

 


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