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IL RIFIUTO DELL'UCRAINA DI ADERIRE, E' IL FALLIMENTO DEL MODELLO DITTATORIALE DELL'UNIONE EUROPEA. DESTINATO AL DECLINO

domenica 8 dicembre 2013

Sono passati alcuni giorni dalla chiusura del Vertice di Vilnius (28-29 novembre) che doveva sancire la creazione di un partenariato orientale dell’unione europea e rilanciare la presenza dell'UE nell'estremità orientale dell'Europa o, per dirla con Herman van Rompuy, “a creare tra l’Unione Europea e i suoi partner orientali, una solida piattaforma di cooperazione, per costruire un’area comune in cui condividere democrazia, prosperità, stabilità e scambi commerciali sempre crescenti”. Ciò che invece ancora colpisce è l’assordante silenzio, da auto-censura, che ha avvolto le vicende di un appuntamento internazionale così importante (proprio per gli sviluppi che avrebbe voluto, e può ancora, provocare). Un summit, quello lituano, del quale la stampa occidentale (europea e italiana in particolare) non ha parlato, se non marginalmente e solo per trattare delle manifestazioni di piazza in Ucraina.

Forse sarebbe oltremodo irriguardoso dire che Vilnius, piccola capitale baltica situata ai margini dell’Europa continentale, incarni in sé l’immagine metaforica, beffarda ma efficace, del topolino che ingenuamente ha voluto partorire un elefante. Comunque, sin dai primi momenti del vertice lituano si era capito che qualcosa non andava nella giusta direzione. Persino la “cancelliera” tedesca Frau Angela Merkel, giunta all’ultimo in Lettonia per portare nelle trattative tutto il suo peso, nulla ha potuto per evitare ciò che solamente l’astratto gergo diplomatico permette di chiamare pudicamente “sospensione degli accordi” e che invece emerge, evidente a tutti, come un “colossale fallimento”. 

Eppure gli auspici e le attese erano molte. Immani sforzi diplomatici erano stati profusi nei mesi immediatamente precedenti il vertice, tra contatti frenetici e colloqui anche molto informali, al fine di raggiungere gli esiti desiderati e desiderabili dalle cancellerie, dai governi occidentali e dalla Commissione europea. 

Il risultato auspicato sarebbe stato quello di allargare fino al limite massimo i confini della UE, coinvolgendo in accordi di partenariato e libero scambio stati che come l’Ucraina, la Georgia, l’Armenia, la Bielorussia, la Moldavia e l’Azerbaigian che avevano alle spalle lunghi e travagliati trascorsi legati a Mosca. Osservati in rapida successione su una carta geografica, questi stati vanno a formare una linea ideale e continua che, partendo in prossimità delle coste del mar Baltico, attraversa in direzione sud le vaste regioni tra le nere e fertili pianure ucraine e le colline moldave (ricche di viti e cantine sotterranee). Si tuffa di getto nelle acque perennemente agitate e fredde del mar Nero per riemergere, diversi chilometri più a sud, nel montuoso e affascinante Caucaso - ricco di storia e tradizioni millenarie - e trovare finalmente il suo approdo lungo i confini settentrionali dell’Iran, in un lembo di terra riflesso sul Caspio che costituiva una delle provincie dell’antica Persia. 

In altre parole, quello che nei propositi occidentali (e non solo a Bruxelles) si stava preparando era l’allestimento di un grande “collare” geo-strategico col quale ammansire all’interno di una robusta gabbia economica il grande orso moscovita (con la testa in Europa e la coda sul mar Giappone) del quale non si riesce a smettere di avere paura. Può però capitare che tali sistemi coercitivi (se maneggiati con troppa veemenza) si spezzino, lasciando così il domatore solo e impreparato di fronte alle conseguenti e temibili reazioni. 

Le balbettate dichiarazioni rilasciate dopo il vertice di Vilnius da parte delle autorità europee sono state, come al solito, vacue e farraginose: sostanzialmente si è parlato di una situazione transitoria, comunque superabile, lasciando intendere che il tutto sarà demandato ad un prossimo vertice, previsto a Riga (in Lettonia) nel 2015. Ma i risultati ottenuti sono così negativi, assai più di quanto le autorità europee abbiano finora ammesso, che non credo vi sarà alcun altro vertice con le medesime questioni riaperte sul tavolo. 

Che la situazione sia sfuggita dalle improvvide mani europee in modo ormai irreparabile lo dimostra un altro fatto di cui ora quasi nessuno parla, ma che avrà conseguenze durature e ponderose per il nostro futuro: la nascita imminente di una nuova versione, rivista e ideologicamente aggiornata, dell’“URSS”.

In un suo intervento, apparso sul quotidiano Izvestja (ottobre 2011), il premier russo Vladimir Putin evidenziava e ribadiva l’importanza per la Russia dello spazio economico comune esistente con Kazakhstan e Bielorussia (le cui basi erano state poste nel 1995) e del fatto che potesse costituire una base per giungere alla creazione di un’Unione Eurasiatica, che avrebbe garantito alla Russia sicurezza e riaffermato la sua centralità come grande potenza nell’area post-sovietica e a livello internazionale. Da allora di strada ne è stata fatta parecchia e l’obiettivo è quasi raggiunto: la nascita dell’Unione Eurasiatica (Russia, Bielorussia, Kazakhstan, Kirghizistan e Tagikistan con l’aggiunta probabile di Ucraina, Armenia e Moldavia e altri papabili) è prevista per il 2015 e l’harakiri europeo a Vilnius della scorsa settimana ne costituisce il definitivo suggello.

Una prima avvisaglia di questo vero e proprio cataclisma la si ebbe già nei rapporti infocati della UE con l’Armenia ancora mesi prima del vertice europeo: dopo il colloquio-lampo avvenuto a settembre 2013 tra Putin e il presidente armeno Serz Sargsyan, Erevan aveva chiaramente lasciato intendere di voler abbandonare definitivamente il cammino europeo per entrare nell’Unione con Russia, Bielorussia e Kazakhstan. E ha mantenuto la parola.  

Anche l’Ucraina, soggetta alle pressioni dei mandatari di Bruxelles e delle manifestazioni di piazza, sembra ormai aver deciso sul suo destino. Le parole di Enrico Letta dette nel secondo decisivo giorno di incontri a Vilnius, pure se espresse nei toni morbidi e diplomatici che gli sono consueti, tradiscono preoccupazione e malumore: “La vicenda della non decisione ucraina lascia aperto un problema e sicuramente sul versante est dell'Unione, sui temi dell'energia è una cosa che ci preoccupa. Lavoreremo in queste ore per vedere se è possibile recuperare.” Ma proprio in questi giorni la Rada, il parlamento ucraino, ha ratificato l’indicazione ricevuta del governo di Kiev di “sospendere” l’accordo di partenariato con l’Unione Europea. E come ulteriore dimostrazione di quanto certe terminologie siano ben lontane dal rappresentare la verità dei fatti, con l’incontro avvenuto a Soci tra Victor Yanukovic e Vladimir Putin nella giornata di venerdì 6 dicembre, l’Ucraina ha gettato ufficialmente e definitivamente le basi per l’ingresso nell’Unione Eurasiatica con Mosca.

La Bielorussia è da tempo saldamente legata a Mosca e al vertice di Vilnius ha svolto solo un ruolo da comparsa, ospite scomoda e da cui mantenersi a debita distanza.

Dei paesi coinvolti nell’azione UE per il partenariato orientale, solo Moldavia e Georgia hanno dato risposte apparentemente positive.

In Moldavia il governo del primo ministro Iurie Leanca, con l’appoggio della minoranza romena e con le forti pressioni del primo ministro di Bucarest Traian Basescu (la Romania non ha mai diminuito le sue ambizioni irredentiste sulle regioni della Moldova appartenenti al più piccolo vicino) ha voluto fortemente la firma dell’accordo di associazione con l’UE nel tentativo estremo di alleggerire il pesante fardello che la crisi sociale ed economica del Paese gli ha rovesciato addosso. Infatti l’accordo prevede come primo passo facilitazioni sulla concessione dei visti Schengen per tutti i cittadini moldavi. Si tratta però di uno sbiadito successo scritto sulla carta velina. Si voterà a novembre 2014 (se non prima) e i sondaggi sono tutti favorevoli all’opposizione comunista e anti europea. Col governo di Chisinau riunito nei palazzi a brindare per il raggiunto accordo, il leader comunista Vladimir Voronin sfilava in un’imponente contro-manifestazione sotto le luci intermittenti dei fuochi artificiali allestiti proprio per i festeggiamenti post-vertice. Voronin è convinto che presto riprenderà in mano le redini della politica moldava e potrà così negoziare l’ingresso del suo Paese nell’Unione Eurasiatica, grazie anche all’appoggio dello stato separatista e filo-russo della Transnistria.

Pure la Georgia, al pari della Moldavia, ha firmato il protocollo che dovrebbe portarla in teoria all’avvio dei negoziati con l’UE, ma anche qui la Russia può esercitare ancora un forte condizionamento, Siamo ben lontani dagli anni della presidenza di Mikheil Saakhasvili. Dopo aver subito passivamente l’amputazione dei territori settentrionali di Sud Ossetja e Abcasja, Tbilisi se ne guaderà bene dal prendere posizioni contrarie agli interessi russi e cercherà di tergiversare, tenendo per un po’ di tempo i piedi in due scarpe; ma alla fine i suoi interessi, gli scambi commerciali e la collocazione geografica finiranno per attrarla definitivamente nell’Unione con la Russia.

Per ultimo l’Azerbaigian che, tra tutti gli stati caucasici, è quello che nel corso degli ultimi anni ha intrecciato un maggior legame con l’UE, grazie anche all’autonomia politica ed economica derivante dal possesso di ricchi giacimenti petroliferi. È chiaro però che si tratta di poco più che di un mero rapporto commerciale, quindi con fondamenta assai friabili e poco durature. Il governo azero è de facto una cupa dittatura e gli elementi in comune tra la cultura europea e quella azera sono quasi inesistenti. 

A Vilnius, dunque, l’Unione Europea ha perso su più fronti: quello diplomatico, quello strategico e quello di potersi ergere a valido interlocutore con Mosca. 

Caduta l’auto-illusione, cullata per troppi anni, di essere una sorta di ombelico del mondo, quasi l’unico punto di riferimento sulla scena internazionale, ora l’UE assomiglia sempre più a quelle dame avvizzite che, dopo una vita spesa a guardarsi vanitosamente nello specchio, nel bel mezzo di un ballo si rendono conto all’improvviso di non essere più desiderabili da alcuno dei presenti. E se ne restano in disparte, isolate ai margini, attendendo mestamente che si spengano definitivamente le luci.    

Autore: Corrado Facchinetti.

 


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